Piove Come Quando le Chiatte si Affastellano

 

Piove come quando le chiatte

Si affastellano sul mare ubriaco

Mentre un uomo sul pontile

Si arena con in mano una bottiglia

 

E si domanda: “Com’è possibile

Che la troppa abitudine a viaggiare

Con la mia mente incontri

Il turbinio dell’aria?” Se si destreggiano

 

Cavalli feroci e tempi nella norma

Con cui volare all’impazzata

Contro una disperazione che appartiene

All’uomo da quando si è svegliato

 

Da un sogno del futuro, rappreso,

Contro voglia, così che le streghe,

Quelle che si agitano mentre

I loro cultori maledicono le divinità,

 

Possano riempire di ciò che precede

La parola il loro saio rubato a frati

Oscenamente grassi e dediti al buon vino

E a copulare tra di loro per pura abitudine,

 

La morte non è nel non essere compresi,

Pier Paolo, la morte è in tutti quei piccoli

Gesti che compiamo contro noi stessi,

Dalle negligenze agli atti di odio veri

 

E propri. E tu ne sai qualcosa, dato che

Hai barattato il tuo piacere, in una

Lirica, con la coscienza dell’uomo

Che colonizzò il Novecento

 

Con le sue idiozie tra mitologia e

Pseudoscienza. Non era nemmeno

Coscienza la sua, ma il bisogno di

Rinsaldare i legami così come li

 

Trovò, non il tuo bisogno di rinnovarli,

Non il tuo bisogno di amore. La pioggia

Sempre più sullo sfondo, almeno per ora,

Mi sussurra che le chiavi della realtà

 

Sono da riforgiare daccapo. Nessuno

Ha ancora compreso come sia

Possibile che un mago oscuro

Lanci le sue maledizioni

 

Senza che la fioriera persa nello stivale

Del soldato si capovolga e si lasci

Travalicare in un girotondo infinito

Di bimbi e bimbe leggere e più alte

 

Delle necessità di nutrire lo stomaco

E le reni. Non si tratterà forse di ascoltarli

Davvero quei tuoni che fino a poco fa,

Lontani e sordi, scandivano l’aria

 

Elettrica di scarti di maiale e separazioni

Brevi vissute come addii? Non è forse

Possibile attraversare i muri

Sciogliendoli con lo sguardo

 

Mentre dall’altra parte gli schiavi

Che osservano le ombre ci maledicono

Perché la vita non ci tocca, non ci

Appartiene, e anzi si balocca con un

 

Punto sottile e antico quanto la carta che

Separa la mia mano dal tavolo? Non è

Forse quella separazione a rendere triste

Il mio infinito bisogno di riprendermi

 

Tutto ciò che mi è stato rubato sin da

Quando ero bambino? Eppure ancora

Tremo, ancora respiro indecisione, ancora

Mi trovo in questa terra che sa di

 

Ancestrali muffe prive di spessore.

Che il destino la smetta di indicarmi

Quasi fossi un ultimo sguardo senza

Ribellione, vittima di ciò che è sempre stato.

 

24/05/2023

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