Meditazioni su Blade Runner ed Eric Dolphy
Cappello e barba. Un ritmo marziale
Si spezza e il silenzio forma un nuovo
Equilibrio. Il cacciatore di replicanti
Sotto la pioggia sottile e continua
Ha sparato alcuni colpi di pistola.
I proiettili hanno raggiunto una donna.
Mentre muore, Deckard pensa a Rachel.
Si può amare una donna non
Umana? E cosa significa essere umani?
Mai pensare di avere una risposta
Per una domanda come questa.
Perché è proprio allora che ti ritrovi
Ad essere tu il replicante. Perché
Si può morire, infatti, senza avere
Mai vissuto veramente. Rachel ha pianto
Quando ha scoperto che la sua vita era
Menzogna. I ricordi che non sono mai
Stati suoi. Deckard ne è attratto perché
Anche lui ha un sospetto, un tarlo che
Lo lascia inquieto ogni volta che
“Pensiona” un “lavoro in pelle”.
I colpi di un vibrafono disegnano
Un cerchio nell’aria, i colpi della
Batteria marchiano un destino.
Quattro anni di vita. Qualcosa di
Dolce, qualcosa di tenero. Eppure
Quando Deckard afferra Rachel
E le dice “Dimmi ‘Ti voglio’”,
So di essere davanti a una opera
Di finzione, e improvvisamente mi
Disinteresso a quelle immagini
Che mi scorrono davanti. Nemmeno
In scena potrei afferrarti e dirti
Qualcosa di simile. Penso che
Ne soffrirei a morte. Molto meglio
Starti a fianco e ascoltarti
Rompere il silenzio con una
Risata, un sussurro, una improvvisa
Melodia. Saresti una sorpresa, un
Deciso scarto dal bisogno di
Ordinare le cose e metterle al
Loro posto. Saresti un serissimo
Gioco. Io forse ti risponderei,
In qualche modo, con una musica
Simile a quella di Eric Dolphy, quel
Clarinetto basso obliquo e puntuto, ad
Esempio, canto stralunato, trasfigurazione
Di una astrazione che lascia trasparire
La morte in età giovane, seppure
Avvenuta per una mancanza, per
Un percorso isolato, per un
Diverso sguardo del mondo su
Di un uomo solitario e pensoso.
Eppure uno dei pochi a sapere come
Meditare sull’integrazione con Mingus,
Il bastardo giallo, pazzo e affamato
Di vita, sesso, lacrime e amore.
Gli opposti, a volte, si attraggono.
Se potessi farti ascoltare qualcosa
Sarebbe quel flauto che, come
Fumo denso, ma leggero, evapora
In ghirigori sempre più arditi.
Perché Eric era venuto direttamente
Nel nostro Paese per suonarlo
Con il migliore dei maestri, e
Ne aveva imparato tutti i
Segreti. Era innamorato di quel
Suono al punto di incorporarlo,
E poi di trasfigurarlo in quel
Miscuglio di concretezza e
Astrazione. Così sono io da
Quando ti conosco, da quando
Provo sentimenti per te. Sono
Oltre l’amore, perché non
Mi aspetto di suscitare in te le
Stesse note. Ma nello stesso momento
Temo con orrore la tua assenza.
Anche il basso segna dapprima il tempo
E poi il proprio inciso con note brevi,
Curve, nervose, come se volesse
Grattare la superficie di un muro,
Levare quella separazione da ciò
Che sta al di là di esso. Mentre
Ascolto questa musica ti penso,
Quanto più reale sei tu
Che rapisci e disturbi la quiete,
Fosse anche quella di chi, dovendo
Fare arte, cerca di incorporare
In essa la vita. Ma tu sei pura,
Nuda, vita. Sei tu che io desidero,
E così mi intrattengo con surrogati
Di te, come questi versi, come le
Melodie e le armonie, come le
Immagini di una pellicola, in attesa
Di vederti nuovamente e di
Poterti, forse, rivestire.
01/06/2023
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